Coniata dall'Arcivescovo Desmon Tutu, l'espressione "nazione arcobaleno" è ormai l'icona e l'immagine stessa del Sudafrica, in quanto riesce a catturare al meglio l'essenza dello straordinario mix di differenze culturali, tribali e linguistiche che compongono questo spettacolare Paese.

Il Sudafrica è un paradiso dove la cultura africana e l'influenza coloniale si sono unite per dare vita ad un'affascinante nazione dove la collaborazione e l'integrazione tra i popoli sta conoscendo una nuova e proficua stagione. Oggi, questa bellissima terra per anni luogo di lotte e di contraddizioni anche aspre, vi invita a visitarla per scoprire che "nazione arcobaleno" non è solo uno slogan ad effetto ma una splendida realtà.

GOVERNO

Il Sudafrica è una Repubblica (inglese, Republic of South Africa; afrikaans, Republiek van Suid-Afrika). Una delle più interessanti prerogative del paese è che l'amministrazione dello Stato può essere considerata un buon esempio di decentramento. Infatti il governo ha sede 6 mesi a Pretoria (capitale amministrativa) e 6 mesi a Cape Town (capitale legislativa dove siede il parlamento), mentre Bloemfontein, dove ha sede la corte suprema, è la capitale giuridica del paese.

La nuova Costituzione del 1993, entrata in vigore nel 1997, sancisce l'assetto del Paese conseguito dopo lo smantellamento dell'apartheid. In essa viene garantita la convivenza multirazziale attraverso la tutela delle minoranze etniche e la suddivisione dello Stato in 9 province dotate di ampia autonomia. Il presidente della Repubblica è capo dell'esecutivo ed è eletto dall'Assemblea Nazionale e affiancato da vicepresidenti designati dai partiti: il Parlamento è bicamerale.

ECONOMIA

Il Sudafrica ha una solida e ben diversificata economia, nettamente la prima a livello continentale, grazie alle sue enormi risorse minerarie, a una fiorente agricoltura e zootecnia, a un'industria saldamente affermata.

Come in tutti i settori produttivi, nell'ambito dell'agricoltura l'intervento del governo è stato decisivo; sono stati presi provvedimenti per assicurare un sufficiente approvvigionamento idrico in un territorio che perde, per evaporazione o per straripamento, la maggior parte delle acque convogliate dai fiumi. Sin dal 1971 opera la Water Research, commissione istituita per coordinare e promuovere le più opportune ricerche idrologiche; ma già nel 1966 era stato varato un grandioso progetto per la sistemazione della valle del fiume Orange, con la creazione di tre grandi laghi artificiali in grado di alimentare 20 stazioni idroelettriche nonché una vasta rete di canali. Ben 4 milioni di ettari, corrispondenti al "triangolo del mais" tra Mafikeng, il Lesotho e lo Swaziland, sono destinati al mais (il Sudafrica ne è il maggiore produttore tra i Paesi africani), che in parte è esportato. È invece destinata al mercato interno la produzione, molto inferiore, del frumento; tra le colture minori figurano il sorgo, l'orzo, l'avena, il miglio, le patate e varie colture orticole (pomodori, piselli, cipolle, fagioli ecc.). Come in altri Stati africani, è netta la demarcazione fra l'agricoltura di sussistenza e la ben più fiorente agricoltura industriale di piantagione; qui al primo posto si trova la canna da zucchero, concentrata nella fascia costiera del KwaZulu-Natal, cui fanno seguito il tabacco, prodotto soprattutto nel Transvaal e in talune zone del Capo, e il cotone, diffuso negli altopiani. Importantissima è infine la frutticoltura, che, grazie alla varietà delle condizioni climatiche presentate dal Paese, consente la crescita di specie sia proprie delle aree temperate sia tipiche di quelle tropicali. La vite prospera nella provincia del Capo Occidentale e dà elevati quantitativi di vini molto pregiati; nella stessa provincia si coltivano mele, pesche, pere, prugne e albicocche. Si coltivano inoltre agrumi e frutta tropicale specialmente nei dintorni di Durban.

Nel complesso, per le sue caratteristiche climatiche, il Sudafrica si presta all'allevamento del bestiame: il 66,6% del territorio nazionale è occupato da prati e pascoli permanenti. Anche la pesca riveste notevole importanza: è un settore modernamente attrezzato e organizzato; i prodotti più abbondanti (sardine, acciughe, sgombri, merluzzi) sono tratti dalle fredde acque atlantiche.

La Repubblica Sudafricana è per tradizione il "Paese dei diamanti e dell'oro"; tuttavia le sue risorse minerarie sono molto più varie ed, in alcuni, casi grandiose. Benché sia ormai estratto a notevole profondità e quindi a costi crescenti, l'oro (oltre 1/4 della produzione mondiale) è un primato sudafricano; si tratta nel complesso di una cinquantina di miniere situate tra il Transvaal e l'Orange. I minerali auriferi contengono anche notevoli quantità di uranio; rilevante è anche l'estrazione di argento. Quanto ai diamanti, il Sudafrica ha tuttora una colossale produzione; tale attività fa capo alla potentissima compagnia De Beers, che controlla gran parte del commercio mondiale delle pietre. Per i diamanti vanno soprattutto ricordate le miniere di Kimberley, nella provincia del Capo Settentrionale, la miniera Premier presso Pretoria (Gauteng), dove fu rinvenuto nel 1905 il più grande diamante del mondo, il Cullinan, che, tagliato, diede pietre per 1.063,65 carati; infine i giacimenti di Jagersfontein e di Koffiefontein, nello Stato libero (Orange). Diamanti alluvionali si estraggono dal letto del Vaal a ovest di Kimberley e presso Port Nolloth, alla foce del fiume Orange; con imbarcazioni appositamente attrezzate vengono estratti diamanti anche dal fondo del mare. All'oro e ai diamanti si deve aggiungere il platino: si stima che il Sudafrica possegga il 50% delle riserve aurifere mondiali e ben il 75% di quelle platinifere.

Il Sudafrica è il primo produttore africano di carbone; la più cospicua area carbonifera si estende dal KwaZulu-Natal fino a comprendere tutto il Transvaal centrale; altre miniere si trovano nell’Orange.

L'industria, che nacque come attività di trasformazione delle risorse minerarie locali oggi è assai diversificata ed ha assunto proporzioni rilevanti anche in vari settori manifatturieri. Cospicua è l'industria siderurgica; vasta è la gamma dei prodotti dell'industria meccanica, dalle automobili e dai veicoli in genere agli aerei, navi, apparecchiature elettriche; collegati soprattutto con l'industria dell'automobile sono gli stabilimenti per la lavorazione della gomma. Ha assunto proporzioni molto rilevanti l'industria chimica. Il settore tessile si segnala per il cotonificio e il lanificio con la collegata industria dell'abbigliamento, la cui sede principale è a Bloemfontein.

RELIGIONE

La maggioranza della popolazione (l'80%) è di religione cristiana, ma sono rappresentate anche altre grandi religioni quali l'induismo, l'islamismo e l'ebraismo. Solo una minoranza dei sudafricani rimane legata alle antiche credenze religiose tribali. La Costituzione garantisce la libertà di culto e la condotta ufficiale è quella della non interferenza nelle pratiche religiose.

LINGUE

Il Sudafrica ha 11 lingue ufficiali: Afrikaans, Inglese, isiNdebele, Sesotho sa Leboa (Sotho settentrionale), Sesotho (Sotho meridionale), siSwati, Xitsonga, Setswana, Tshivenda, isiXhosa e isiZulu Tuttavia l'inglese è compreso e parlato dalla maggior parte delle persone.

POPOLI

Malgrado la vastità del territorio, più di un terzo della popolazione sudafricana è concentrata nelle zone di Johannesburg e Pretoria nella provincia del Gauteng, nelle città di Durban e Pietermaritzburg nel KwaZulu Natal, nella provincia di Western Cape e nella zona di Port Elizabeth nella Eastern Province.

Il Sudafrica è una società multirazziale e il tentativo di definire precisi sottogruppi sulla base del colore della pelle è inutile; anche all'interno delle culture nere tradizionali esistono alcuni raggruppamenti maggiori e svariati gruppi minori.

Nelle aree urbane la mescolanza di elementi diversi ha come conseguenza il fatto che le vecchie culture tradizionali stanno scomparendo per essere rimpiazzate da nuove forme di sincretismo. Nelle zone rurali, invece, le tradizioni dei neri sono invece ancora molto forti. Tutte le culture tradizionali si basano sulla credenza in una divinità maschile, negli spiriti degli antenati e nell'esistenza di forze soprannaturali. La poligamia è concessa e in genere la famiglia dello sposo versa una dote ai genitori della sposa come rimborso per la perdita della figlia. I bovini ricoprono un ruolo importante in molte culture sia come simbolo di ricchezza sia come animali sacrificali.

La popolazione della Sudafrica è formata per più del 76% da Bantu, per il 12,7% da bianchi, per l'8,5% da coloureds e per il 2,5% da Indiani. Esiste anche un'esigua minoranza di Boscimani e di Ottentotti, gli originari abitatori del Paese, cacciatori e raccoglitori nomadi, i quali sono stati progressivamente respinti verso le zone desertiche del Kalahari dapprima dai Bantu, sopravvenuti in diverse ondate da nord e da nord-est, quindi dai bianchi, la cui colonizzazione dell'Africa del Sud ebbe inizio dalla Baia della Tavola, dove fu fondata nel 1652 Città del Capo, e la cui conquista territoriale volse soprattutto verso nord e verso est. Dei Bantu i gruppi più cospicui sono quello degli Zulu, insediati nel Natal e lungo il confine meridionale del Lesotho e quello degli Xhosa concentrati nel Transkei, a sud del KwaZulu Natal. Sugli altopiani vivono gruppi diversi, ma complessivamente meno numerosi; nell'Orange il gruppo più consistente è quello dei Sotho (Basotho), nel Transvaal e nella zona del Capo sono stanziati i Tswana, i Tsonga o Shangaan, i Swazi, i Ndebele, i Venda ecc. I bianchi sono per la maggior parte i discendenti dei primi colonizzatori e immigrati dai Paesi Bassi (afrikaners) e Inglesi, quindi di Tedeschi e altri immigrati da vari Paesi europei; più di 46.000 sono gli Italiani.

ZULU

Tra le popolazioni native, il gruppo etnico più numeroso è rappresentato dagli Zulu (7 milioni) il cui spirito guerriero è famoso in tutto il mondo e che sono concentrati nella regione del KwaZulu Natal (che da loro prende il nome). La cultura degli zulu è una delle più forti fra le culture nere che ancora sopravvivono in Sudafrica e una delle sue più efficaci manifestazioni è offerta dai cori di massa che essi intonano ai raduni del partito Inkatha. Le case tradizionali zulu, dette indlu, sono costituite da ampie capanne semisferiche a pianta circolare ed a forma di alveare, che vengono costruite realizzando un telaio di rami flessibili che ha il compito di sostenere delle stuoie di fibre vegetali strettamente intrecciate tra loro e legate con una corda ricavata dall’Acacia tortillis. Il pavimento è fatto con termitai sminuzzati ed impastati con argilla e sterco di vacca; l’ingresso è piccolo e basso, in modo che chi entra dimostri inchinandosi il proprio rispetto per il padrone di casa. Una parte dell’abitazione è riservata alle donne, che hanno il compito di tessere e di cucinare sul focolare, mentre gli uomini lavorano il legno, devono birra e discutono gli affari della comunità. Gli Zulu sono ottimi allevatori di bovini, che costituiscono l’espressione del ruolo occupato all’interno del gruppo. Il bestiame viene usato come lobola, ossia il prezzo che viene pagato dalla famiglia dello sposo al padre della futura moglie. Con il mutare dei tempi, denaro, automobili ed elettrodomestici stanno sostituendo mucche e buoi. Gli Zulu fanno parte del gruppo linguistico nguni, come gli Swazi, gli Ndebele e gli Xhosa. Gli uomini continuano a praticare l’arte delle armi, abbigliandosi, in occasione delle feste rituali, con pelli di leopardo e diademi di piume di struzzo mentre imbracciano grandi scudi di pelle e brandiscono corte lance. Le donne durante le cerimonie indossano copricapo fantasiosi, ricami di perle colorate e gioielli tribali. Il culto degli antenati è ampiamente praticato, in quanto gli Zulu credono che lo spirito di ciascun individuo sopravviva alla morte corporea.

XHOSA

Il secondo gruppo etnico è quello degli Xhosa (6 milioni), popolazione indigena estremamente ospitale che vive nell' Eastern Cape. Gli Xhosa sono caratterizzati da una forte identità culturale: essi sono noti in genere come 'popolo rosso' perché quasi tutti gli adulti indossano abiti di questo colore. Continuano a vivere nelle campagne mantenendo gli antichi sistemi tribali e conservando le tradizioni ancestrali. Ogni nucleo famigliare vive in un gruppo di capanne provvisto di un recinto per il bestiame e di un orto. Un tempo era diffusa la poligamia, oggi riservata agli uomini più facoltosi, vista la somma necessaria per l’acquisto di una moglie ed il suo mantenimento. Il benessere di una famiglia si misura dalla quantità di bestiame (bovini ed ovini) posseduto. Le figlie accrescono tale patrimonio in quanto il loro prezzo viene stabilito in capi di bestiame. I vari sottogruppi portano costumi con colori e disposizione delle perline diversi. La divinità al centro della loro cosmogonia è uDali o Tixo, alla quale si affiancano molti spiriti del bene e del male. Un ruolo importante è ricoperto da streghe e stregoni, depositari dei segreti della magia bianca e nera, nonché da guaritori esperti di medicina tradizionale. Alcuni rituali sono sopravvissuti al tempo: ai piccoli viene tagliata l’ultima falange del mignolo sinistro per tenere lontana la sfortuna ed i maschi nell’età della pubertà vengono circoncisi. Molto belli sono i lavori di perline ed i gioielli di queste tribù: la danga è una lunga collana di turchesi che, indossata, consente di farsi conoscere dagli antenati; la ngxowa yebokwe è una borsa di pelle di capra che si porta sulla spalla sinistra.

Hanno avuto una notevole influenza nella vita politica africananegli ultimi decenni: Nelson Mandela è infatti di origine Xhosa, come lo sono diversi altri protagonisti della lotta contro l’apartheid.

Le altre etnie presenti sono:

SOTHO

i Sotho, concentrati nel Free State, la maggioranza dei quali risiede nel vicino Lesotho. Sia gli uomini che le donne indossano, in ogni stagione, coperte dagli sgargianti colori; gli uomini portano dei caratteristici cappelli conici di paglia. Lo stile di questi copricapo è chiaramente ispirato alla forma di una collina situata nei pressi della Fortezza di Moshoeshoe: quest’ altura, che si staglia solitaria ed orgogliosa incombendo su qualche raro villaggio, si chiama Qiloane. Sono dediti all’agricoltura ed all’allevamento di bovini ed ovini, che costituiscono la loro maggiore ricchezza. Anche presso questo popolo si usa pagare il prezzo della sposa (lobola) con capi di bestiame. Le leggi tribali consentono il matrimonio tra consanguinei, più che altro per conservare il patrimonio all’interno della famiglia. Tradizionalmente i Sotho vengono sepolti seduti con il volto rivolto verso il sole nascente, pronti a rialzarsi quando verranno chiamati. Credono in un essere supremo maschile, ma danno molta importanza anche agli antenati che fanno da intermediari tra il popolo e le capricciose forze della natura e del mondo degli spiriti.

SWAZI

gli Swazi, la cui cerimonia più sacra è l’ Incwala, rito dei primi frutti con il quale il re dà il permesso alla sua gente di mangiare il primo raccolto dell’anno. La preparazione di tale rito è molto lunga e segue le fasi lunari. Alcuni saggi salgono sui monti a raccogliere piante, mentre altri si recano a raccogliere acqua nei fiumi dello Swaziland ed altri ancora attraversano le montagne fino a raggiungere l’Oceano Indiano per raccogliere la schiuma delle onde. Il re si ritira in meditazione. In una notte di luna piena i giovani maschi salgono al Kraal Reale di Lobamba, dove costruiscono un kraal con alcuni rami. Si cantano canzoni proibite negli altri periodi dell’anno ed i saggi arrivano con le loro piante, l’acqua e la schiuma. Il terzo giorno della cerimonia si sacrifica un toro, il quarto giorno il re esce dal suo ritiro e danza davanti alla sua gente. Poi mangia una zucca, segno che si può mangiare il nuovo raccolto. Due giorni dopo un rogo di tutti gli oggetti usati durante la cerimonia pone fine ai festeggiamenti. I progenitori dei popoli Swazi provenivano dalla costa dell’odierno Mozambico: ecco perché l’Oceano Indiano gioca ancora un ruolo così importante nelle loro cerimonie. La loro terra non ha mai conosciuto l’apartheid, perciò conservano le strutture sociali originarie. La monarchia riveste un ruolo importante e le figure più significative sono quelle del re e della regina madre. Si tratta di un popolo fortemente conservatore, che rispetta gli anziani e gli antenati. La divinità principale è il dio Mkhulumnchanti.

TSWANA

gli Tswana, detti anche Batswana, nel XIX secolo dominavano gran parte delle attuali Northern Province, North-West Province, Northern Cape e Botswana. La devastazione portate dagli Ndebele durante il loro esodo sotto Shaka Zulu fu tale che, quando i primi bianchi attraversarono il Vaal River, credettero che la zona fosse disabitata. Le popolazioni dell’alto veld spesso edificavano le proprie case ed i recinti per gli animali con la pietra ed in alcune zone vivevano in importanti comunità che raggiungevano i 15.000 individui. La struttura politica era sofisticata. Gli Tswana formavano una tribù all’interno di un più grande raggruppamento, come è tipico di tutti i popoli di lingua bantu. La tradizione orale di questo popolo narra di lotte, con figli in competizione che, alla morte del loro padre, si spartivano il clan. Ciascuno dei vari gruppi ha tuttora animali totemici che non possono essere uccisi.

TSONGA

gli Tsonga, numerosi soprattutto nell'area attorno al Kruger National Park, sono detti anche Shangaan e costituiscono la maggior parte dei mitici battitori delle riserve private. I Shangaan sono considerati uno dei più importanti gruppi etnici anche del Mozambico: di origine bantu che vivono prevalentemente nel Mozambico centro-meridionale e svolgono attività agricole. La lingua ronga-shangaan è infatti uno dei più diffusi idiomi di origine bantu del Mozambico essendo parlata in quasi tutta la regione e anche dalla maggioranza della popolazione della capitale Maputo.

NDEBELE

gli Ndebele, che vivono principalmente nella zona Nord del Mpumalanga e nel Gauteng, sono parenti stretti degli Zulu, con i quali divisero in passato lo stesso territorio e la stessa organizzazione tribale (Vd. Paragrafo “storia”). Sono famosi per i costumi tradizionali delle loro donne, caratterizzati da colori vivaci, anelli metallici e cerchietti ornati di perline. Le pitture murali e le decorazioni geometriche delle loro case ricordano i cromatismi di Mondrian. Un tempo venivano eseguite utilizzando terre colorate su un fondo di calce, ma negli ultimi anni anche loro utilizzano colori sintetici, molto più resistenti. Sono sempre le donne a realizzare queste pitture, tramandando di madre in figlia le tecniche ed i motivi decorativi. Le donne portano spirali di ottone al collo, alle braccia, ai polsi e alle caviglie che non si tolgono mai, e che, insieme al costume tradizionale ed ai colori costituiscono il simbolo della loro appartenenza al popolo Ndebele. Gli uomini invece trovano la loro identità nella formazione militare e nella Wela (circoncisione) che segna il passaggio degli adolescenti nel mondo degli adulti. Le giovani donne realizzano bambole che rappresentano i figli che un giorno sperano di poter partorire.

VENDA

Il gruppo etnico dei Venda che vive nel Limpopo ed è considerata la tribù che è rimasta maggiormente fedele alle proprie cerimonie e tradizioni. Si dice che questa etnia sia giunta qui nel XVII secolo proveniente dal Great Zimbabwe, difese il proprio territorio e resistette valorosamente ai Boeri ed agli Inglesi. La loro lingua è stata studiata fin dall’Ottocento dai religiosi della Società Missionaria di Berlino, particolarmente colpiti dalla sua complessità. Al centro della loro religione è la natura che adorano in tutte le sue forme: in particolare foreste, laghi, grotte e fiumi sono oggetto di venerazione e di culto, perché è qui che vivono gli spiriti degli antenati, gli elfi e gli esseri soprannaturali. La società Venda tradizionale è matriarcale. Vi sono sacerdotesse che sovrintendono al culto delle antenate. La danza del pitone (domba) viene eseguita durante le cerimonie per la fertilità a cui sono sottoposte le ragazze non appena hanno le prime mestruazioni. Sono ottimi artigiani, intrecciano ceste, intagliano legno, lavorano ceramiche ed il metallo.

SAN o BOSCIMANI

Tra gli abitanti del paese i Boscimani sono una minoranza e vivono la loro vita nomade, regolata da tradizioni millenarie, tra Namaqaland e il bacino del Kalahari, nella provincia del Northern Cape.

COLOURED, ASIATICI E BIANCHI

 

La maggioranza della popolazione "coloured" vive nella Provincia del Capo, mentre la popolazione di origine indiana si concentra prevalentemente nel KwaZulu Natal. Durante il periodo dell’apartheid, in genere il termine “coloured” comprendeva chiunque non fosse inseribile in altre catagoria razziali. Tra i coloured si è sviluppato un notevole senso di unione dettato, almeno in parte, dal rifiuto da parte dei bianche di considerarli loro pari e dal rifiuto degli stessi coloured di essere considerati neri. I coloured derivano dagli afrikaner ed altre popolazioni di provenienza europea, mescolate con schiavi provenienti dall’Africa Occidentale, prigionieri politici o esiliati dalle Indie Olandesi, oltre ad alcune popolazioni Khoisan autoctone. Uno dei più consistenti gruppi di coloured è quello dei “griqua”, la maggior parte dei quali fa parte della chiesa riformata olandese. E’ un gruppo di Khoikhoi originariamente stanziato lungo la costa occidentale tra Santa Helena Bay e la Cedarberg Range. Verso la fine del XVIII secolo, procuratisi armi e cavalli, si spostarono verso nord e verso est. A loro si aggiunsero altri gruppi di khoisan, di neri e persino di avventurieri bianchi, dando origine ad una formidabile formazione militare che si insediò nei pressi di Kimberley nel territorio che venne in seguito chiamato “Griqualand”.

Un altro sottogruppo di notevole importanza è quello dei Malesi del Capo, che professa la religione musulmana ed è riuscito a conservare intatta la propria identità culturale.

Il 20% circa dei coloured parla inglese come lingua madre, gli altri si esprimono in afrikaans.

Gli Indiani rappresentano circa il 98% del milione di asiatici presente in Sudafrica: molti discendono da lavoratori a contratto portati nel Kwa Zulu Natal nella metà del XIX secolo, mentre gli altri fanno risalire le proprie origini ai cosiddetti “indiani viaggiatori” che giusero in Sudafrica nel XIX secolo come mercanti e uomini d’affari. Questa popolazione è prevalentemente di religione hindu, con una piccola minoranza di musulmani e di cristiani. Circa il 90% di queste persone vive a Durban ed in altre aree del Kwa Zulu Natal, dove templi hindu, curry e spezie orientali fanno parte della vita quotidiana.

Circa il 12% della popolazione del Sudafrica è composta da inglesi o discendenti di lingua afrikaans dei primi coloni olandesi.

Gli Afrikaner, che mescolano sangue francese, tedesco, inglese a quello degli antenati olandesi costituiscono solo il 7% della popolazione del Paese. Il Sudafrica rurale è ancora in gran parte dominato dagli Afrikaner, che sono uniti dalla lingua e dall’appartenenza alla Chiesa olandese riformata. La cultura degli afrikaner si è sviluppata in uno stato di isolamento volontario che li vide vagare in compagnia della Bibbia e dei propri armenti mentre l'Europa del XVIII secolo sperimentava la democrazia e il pensiero liberale. Al giorno d'oggi le comunità rurali ruotano ancora attorno ai templi della Chiesa di orientamento conservatore.

Se si escludono gli afrikaner, la maggioranza dei bianchi che vivono in Sudafrica è di origine inglese. Queste persone hanno un tasso di urbanizzazione superiore rispetto agli afrikaner e da tempo dominano la scena commerciale e finanziaria del paese. Gli afrikaner ritengono che l'interesse degli inglesi per il Sudafrica sia molto meno intenso del loro e hanno un simpatico termine per indicare le persone che hanno un piede in Africa e uno in Inghilterra: soutpiel ovvero 'opportunista'. Vi sono tra questi anche molte persone di religione ebraica emigrate dall’Europa Occidentale, una consistente presenza greca e circa 50.000 portoghesi giunti dal Mozambico negli anni ’70 del XX secolo.

ARTI

Il Sudafrica ospita molte culture diverse, gran parte delle quali vennero soppresse durante il periodo dell'apartheid quando la pratica quotidiana delle culture tradizionali e contemporanee venne ignorata, banalizzata o annichilita. Nella società sudafricana si poteva finire in prigione per il possesso di un dipinto considerato di contenuto politico vietato e per questo motivo la vera arte dovette operare nella clandestinità, e nel frattempo la banalità imperava nelle gallerie e nei teatri. L'esempio più lampante dell'atteggiamento oscurantista del governo sudafricano fu l'abbattimento del District Six, una vivace zona multietnica di Città del Capo, e di Sophiatown a Johannesburg, un'area descritta come 'uno scheletro con un sogghigno stampato sul volto' dove molti artisti destinati a conquistare la fama internazionale mossero i primi passi. Gruppi musicali come i Ladysmith Black Mambazo sono riusciti a far conoscere le sonorità sudafricane a un vasto pubblico occidentale sia durante sia dopo l'apartheid. Uno degli aspetti più eccitanti del nuovo Sudafrica è costituito dal fatto che il paese sta in pratica creando una nuova immagine di sé stesso, che sta nascendo nelle strade delle township e delle città.

LETTERATURA

Conoscere la produzione letteraria del Sudafrica può essere un ottimo modo per conoscere la storia ed il popolo di questa nazione travagliata. Sono molte le pagine che sottolineano l’impegno civile di denuncia dei problemi e delle contraddizioni che i personaggi letterari hanno dovuto affrontare, così come accade nella vita reale.

Tra gli scrittori che hanno contribuito all’affermarsi della letteratura sudafricana ricordiamo, oltre a mille altri: Olive Schreiner, interessante donna e scrittrice, vissuta nella seconda metà del 1800, la cui “Storia di una fattoria africana”, sorta di resoconto storico dell’esperienza coloniale, fu pubblicata con uno pseudonimo maschile alla fine dell’800 e le diede immediato successo;

Solomon Thekiso Plaatje, coetaneo del Mahatma Gandhi e, come lui, paladino della non violenza, che nel 1930 ha pubblicato il suo più noto romanzo, “Mhudi”, che narra con coinvolgimento un secolo di lotte del Sudafrica e dei suoi popoli;

Alan Paton, che nel suo libro “Piangi, terra amata” narra la storia di un sacerdote nero che si reca a Johannesburg a trovare il figlio. Questo romanzo fu pubblicato per la prima volta nel 1948, poco prima che i nazionalisti Afrikaaner prendessero il potere;

Nadine Gordimer, vincitrice del premio Nobel nel 1991, con il suo romanzo “Luglio”, tragica parabola su un futuro possibile del Sudafrica. Nata nel Transvaal, la scrittrice è sempre stata impegnata nella lotta contro l’apartheid; in tutte le sue opere ha cercato di analizzare le dinamiche interrazziali del Paese; successivamente ha esposto con chiarezza l’analisi dei mutamenti storici e sociali ed ha approfondito il ruolo della donna nella nuova società;

André Brink, il primo afrikaaner messo al bando dal governo dell’apartheid col romanzo “Un’arida stagione bianca”;

il nero Arthur Maimane, autore del romanzo “Vittime”, ambientato nel Sudafrica degli anni ’50 e ’60 in cui uno stupro diventa l’occasione per una serie di riflessioni sulla condizione della donna e sull’apartheid;

John Maxwell Coetzee, famoso quanto la Gordimer, insignito del premio Nobel nel 2003, più volte premiato con altri notevoli riconoscimenti ed ispiratore di svariati film, tra i quali si ricorda “Dust”, che ricevette il Leone d’argento a Venezia.

ARCHITETTURA

L’architettura indigena del Sudafrica può essere identificata con le capanne ad alveare degli zulu ed i kraal con le abitazioni dipinte della società Ndebele.

Il periodo coloniale, nelle città principali, vedeva il predominare delle architetture europee: tra gli esempi più notevoli ricordiamo Pretoria, dove molti sono gli edifici austeri ed imponenti, molti dei quali edificati su progetto dell’architetto inglese Sir Herbert Baker.

L’architettura di Johannesburg è la tipica produzione della fine del 1800, quando la scoperta dei grandi giacimenti d’oro nella regione scatenò una competizione tra gli abitanti che desideravano mettere in mostra le ricchezze appena acquisite con edifici imponenti e grandiosi; a Durban invece lo stile architettonico, anche per la massiccia presenza di indiani, è più eclettico e decisamente curioso. Tra gli stile europei predomina l’art déco sia a Durban che a Cape Town.

Tuttavia il Sudafrica sta ancora cercando una sua identità architettonica in questo periodo post coloniale e post apartheid, sta crescendo una nuova classe di professionisti neri, ma la produzione al momento non è notevole, se si eccettua l’edificio della Corte Costituzionale di Johannesburg, inaugurato nel 2004 sul sito del vecchio forte dove furono incarcerati molti attivisti anti-apartheid.

PITTURA E SCULTURA

L'arte delle popolazioni indigene del Sudafrica può essere uno dei pochi strumenti con cui entrare in contatto con culture ormai scomparse. Un esempio in tal senso è offerto dai dipinti rupestri realizzati dai san (boscimani) che in alcuni casi risalgono a 26.000 anni fa.

Come è facile immaginare, pitture e sculture di artisti bianchi del periodo coloniale non erano altro che il riflesso di un convenzionalismo europeo intriso di falso esotismo.

Gli artisti neri, da sempre misconosciuti, hanno prodotto poco: Yellow Houses, di Gerard Sekoto, è la prima tela di un pittore nero ad essere stato acquistato dalla Johannesburg Art Gallery. In precedenza, a causa del costo dei colori e delle tele, molti lavori di artisti neri erano fatti sui supporti più vari con tecniche diverse, molti dei quali erano stampe su lino.

Interessanti sono le pitture in stile litema che le donne basotho utilizzano per la decorazione delle case: una tradizione che ebbe inizio con simboli per invocare la pioggia o la buona sorte.

La scultura indigena è molto varia, al momento vengono sperimentati materiali e stili in quantità. Segnaliamo l’opera di Jackson Hlungwane, personaggio fortemente impegnato nell’esperienza religiosa, che ha saputo tradurre i propri sentimenti in arte producendo opere molto interessanti. Helen Martins, personaggio dalla vita complessa e travagliata, morta suicida, ha prodotto opere surreali e fantasiose, statue di animali e personaggi della Bibbia che ricordano quelle di Gaudi.

MUSICA E TEATRO

A partire dagli anni ’30 il teatro è diventato popolare nelle township nere, molti scrittori videro pubblicate le loro opere: il teatro è sempre stato importantissimo come mezzo di diffusione di messaggi politici. Fu il regista Athol Fugard che per primo sviluppò il talento teatrale dei neri, fondando diverse compagnie a Port Elisabeth e Johannesburg, ma il primo grande successo fu la versione zulu del Macbeth, “Umabatha”, di Welcome Msomi, che andò in scena in tutto il mondo. Dopo un lungo periodo dedicato al tema dell’apartheid, con molte opere messe al bando, oggi il mondo dello spettacolo sta cercando nuovi argomenti ed il teatro indigeno della zona del Capo sta facendo parlare di sé.

In Sudafrica ci sono otto distinte tradizioni tribali; la musica delle popolazioni zulu, xhosa e sotho, che a suo tempo ispirò Paul Simon per il suo album Graceland, ha continuamente reinventato sé stessa. Ma solo ora si ricercano le radici nella musica, per trarre nuova linfa da antichi ritmi e strumenti tribali. Nel Sudafrica del post-apartheid, gli artisti neri riescono finalmente a spingersi con orgoglio nel proprio retroterra culturale liberando nuove, fertilissime energie, rimaste per anni a covare sotto la cappa del regime coloniale.

Il jazz sta aprendo nuovi percorsi, creando per questo nuovo millennio un sound speciale per il quale i critici hanno trovato bizzarri nomi come "progressive Afro-jazz", "cross-culture music", "Afro-avantgarde", ma la ricchezza delle contaminazioni musicali non si presta ad essere incasellata. Abbandonati swing, bebop e ritmi vari, i jazzisti sono approdati a originalissime melodie africane costruite su basi ritmiche indigene spesso ricavate da strumenti tradizionali come la mbira (tradizionale strumento a corde), i tamburi tribali, gli xilofoni e l'arco Makhweyana, il tutto combinato con chitarre elettriche, sax, trombe, tastiere e percussioni.

In sintesi, quello che si sta creando è una “african fusion”, un mix di jazz africano e di sound ispirato alla cultura musicale delle township e alla world music, tanto che alcuni critici ritengono che il vocabolo “jazz” vada abbandonato in quanto non più verosimile.

Ricordiamo Moses Molelekwa, mirabile esempio della nouvelle vague sudafricana, che da abilissimo pianista di jazz si è trasformato in paladino della Afro-fusion producendo un mix di rag e kalimba groove, di liriche in lingua Tswana e di reinterpretazioni di ballate tribali, insieme all’acid-jazz ed a melodie zulu.

Zim Ngqawana, il più ardito avanguardista propone la sua originale "visione" della musica, frutto di un intreccio tra sensibilità contemporanea ed influssi della tradizione musicale dell'Eastern Cape.

Curiosità desta il fatto che sulla scena della "heritage music" non si muovono solo artisti neri. Si prenda ad esempio, sul fronte della musica bianca, il gruppo The Jazz Hound, che è riuscito a fondere con particolare successo ritmi africani, orientali e gypsy in un sound assolutamente originale.

Lionel Bastos è l'astro nascente della scena sudafricana: nato in Mozambico, ma cresciuto a Cape Town, Bastos non ha perso il retaggio musicale delle sue origini ma ha deciso di fonderlo con quello che trovava lungo la strada: rock, chitarre zulu, percussionisti dell'Africa occidentale, musica Shangaan, calypso.

Pops Mohamed, eclettico musicista, riesce ad amalgamare con effetti innovativi i suoni di strumenti provenienti da ogni angolo del continente africano: dall'inizio degli anni Ottanta è impegnato in questa ricerca di fusione multiculturale, studiando antichi moduli e antichi strumenti musicali. Tre anni fa ha scoperto la kora, uno strumento di corte diffuso nei regni dell'Africa occidentale, e l'ha inserita nel suo multiforme repertorio.

Jabu Khanyile, il musicista nero alla testa del gruppo Bayete, figlio del ghetto, figlio di Soweto e della strada, ha raggiunto la fama dopo aver suonato al Royal Albert Hall di Londra in occasione del Prince's Trust Concert. In Italia il suo nome è legato a quello di Jovanotti; i due infatti hanno lavorato insieme a Soweto su alcune canzoni di un album di Lorenzo Cherubini.

 

 


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